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Il Gostiny Dvor di San Pietroburgo – il 'Cortile dei Mercanti' – rappresentava, in quell’inizio di secolo, il cuore pulsante degli affari.
Era la vetrina voluta dagli Zar per ostentare al mondo la magnificenza di un Impero che appariva all'avanguardia e inarrestabile, anche se, a ben guardare, non tutto luccicava come l’oro.
La struttura era maestosa, sviluppata su due piani, con gallerie aperte che correvano lungo tutto il perimetro.
Mentre al primo piano si concentravano per lo più uffici e magazzini all’ingrosso, al piano terra, all’ombra delle arcate, prendevano vita banchi e botteghe dove affluivano senza sosta beni d’ogni genere destinati a soddisfare le necessità dei molti, ma soprattutto il desiderio di superfluo rincorso da una borghesia in piena ascesa e da un’aristocrazia ormai in decadenza.
Per questi ultimi, lasciare il conto aperto in diverse rivendite era una consuetudine e un privilegio, mentre tra i portici risuonava il metallico rumore dei copechi.
Tra i tanti lavoratori che si guadagnavano da vivere in quel posto, una giovane ragazza, Tatiana, faceva la spola tra la rivendita esclusiva di tessuti e merletti del mercante Semenov e il magazzino situato nell’angolo più estremo della galleria.
Un lungo tragitto che percorreva più volte al giorno, sotto lo sguardo inquisitore del padrone, ansioso di soddisfare la sua ricca clientela e incurante del freddo o della fatica a cui sottoponeva la commessa.
Lei ormai conosceva bene il baccano delle contrattazioni che partivano in sordina fin dalle prime luci dell’alba e le piaceva sentire come, con il passare delle ore, quel brulicare operoso divenisse un’onda sonora che prendeva sempre più vigore, per poi attenuarsi nel tardo pomeriggio, quando la maggior parte dei mercanti, vinta dalla stanchezza, si apprestava a riordinare e chiudere bottega.
Era il momento in cui il Gostiny Dvor cambiava veste e le mercanzie lasciavano spazio ad altri misteriosi protagonisti: i sussurri, che si propagavano lungo i corridoi, avvolgendo l’intera struttura per dilagare infine all’esterno, silenziosi e fatali come una macchia d’olio.
Nell’ombra del colonnato venivano liberate anche quelle parole cariche di fumo e fuoco che provenivano dagli angoli più remoti dell’Impero, complici i carovanieri che nei lunghi tragitti raccoglievano i malesseri nelle campagne più sperdute.
Transitavano di voce in voce, ben attente a non farsi intercettare dalla polizia zarista che sorvegliava incessantemente tutto intorno. D’altronde quel luogo era considerato, non a torto, un punto strategico e crocevia degli agitatori.
Tatiana sapeva bene qual era l’aria che tirava sotto i portici. Un giorno, infatti, aveva visto uno studente, che si aggirava spesso tra i banchi, far scivolare tra le pagine di un libro un volantino. Le era estremamente chiaro come il contenuto fosse destinato a far ribollire gli animi.
Quando questo accadeva, i librai, nel fingere di non vedere quelle mosse furtive, spesso si affrettavano a spingere quel lembo di carta più a fondo, per poi assicurarsi che non finisse in mani sbagliate.
A parte la fatica e il freddo, correre per quei lunghi corridoi coperti non dispiaceva alla ragazza, ben consapevole che mai avrebbe potuto permettersi ciò che vedeva.
Di tanto in tanto rallentava la sua camminata in prossimità di certe botteghe coloniali per immergersi nell’aroma caldo del caffè tostato al momento. Un profumo intenso ed esotico che attirava i passanti di rango per i quali entrare per acquistare quei chicchi pregiati o tavolette di cioccolato avvolte in carte dorate diventava quasi un obbligo.
I suoi occhi indugiavano sovente anche sui grandi piatti d’argento dove venivano esposti tagli di prima scelta di storione e il raro caviale del Volga o del Caspio.
Dall’altra parte della strada, la Prospettiva Nevskij accoglieva il miscuglio di odori sprigionato dalle arcate: il cuoio con il quale venivano realizzati i robusti stivali siberiani e le molteplici spezie giunte in carovane dalla Georgia, dal Caucaso e dalla lontana Cina attraverso leggendarie rotte.
Se dalla millenaria “via della seta”, passando da Samarcanda, giungevano le sete più fini e dall'Europa quelle più rinomate di Lione, dalle terre estreme dell’Impero confluivano le migliori pellicce di zibellino, volpe argentata, ermellino e lince. Prodotti di straordinaria qualità che richiamavano acquirenti da tutto il continente.
Nella merceria di Semenov, accanto a stoffe sontuose, erano esposti merletti di una bellezza incredibile, provenienti dai villaggi rurali. Lì, in isbe buie e gelide, mani abili di povere contadine lavoravano senza sosta per ore, alla luce di una sola candela.
Il loro guadagno era misero, mentre nelle vetrine di San Pietroburgo quelle meraviglie venivano rivendute a prezzi altissimi. Erano filati molto richiesti, destinati ad abbellire i palazzi, ma soprattutto i polsi delle nobildonne, che mai avrebbero frequentato quel posto se non accompagnate da un nutrito seguito.
Anche la Granduchessa Elisabetta Mavrikievna Romanova, consorte del granduca Konstantin Konstantinovic e strettamente legata alla famiglia imperiale russa, non si sottraeva a quella convenzione tanto che non visitava mai il Gostiny Dvor senza la fedelissima Contessa Maria Aleksandrovna Lamsdorf.
Quest’ultima, oltre a garantire la necessaria rispettabilità, si occupava di discutere con i bottegai prezzi, modalità di pagamento e tempi di consegna. Tutti dettagli che ella annotava diligentemente su di un taccuino dal quale non si separava mai.
Quel giorno, tra i portici del mercato, faceva piuttosto freddo. La neve, caduta nella notte e non ancora spazzata via del tutto, attutiva il rumore degli zoccoli dei cavalli che trainavano eleganti slitte in un ininterrotto andirivieni.
La Granduchessa, scesa dalla troika che l’aveva condotta fin lì, entrò con decisione nella bottega di Semenov, dove peraltro era solita recarsi e dove aveva la certezza di trovare ciò che nessun altro luogo poteva darle.
Mentre discuteva a bassa voce con la sua dama sulla qualità e il colore dei pregiati filati che la commessa Olga stava mostrando, vide il padrone recarsi nel retrobottega, scomparendo dietro la pesante tenda.
In quel momento Elisabetta fece un leggero cenno alla Contessa che, recepito il messaggio, si rivolse a Olga con un sussurro discreto: “Ho bisogno che tua sorella Tatiana venga a palazzo. Stasera.”. La ragazza, visibilmente intimorita, lanciò un’occhiata preoccupata verso la tenda e chinò lievemente il capo in segno di assenso.
Appena in tempo: il mercante riapparve con un rotolo di velluto color rubino tra le mani e uno sguardo indagatore puntato sulla povera Olga, come se sospettasse qualcosa di poco lecito.
L’abilità della Contessa, che chiese prontamente di vedere gli ultimi merletti arrivati, permise alla giovane di voltarsi verso il ripiano dietro di lei, nascondendo così il forte rossore che le aveva acceso il volto.
“Ecco Eccellenza, questi sono gli ultimi merletti di Vologda, arrivati ieri mattina” disse Olga con una leggera incertezza nella voce.
Dopo aver scelto sete e pizzi, la Granduchessa uscì velocemente, lasciando che la sua accompagnatrice si attardasse ancora qualche istante per definire il giorno della consegna al Palazzo di Marmo.
Con il sopraggiungere della sera, il mercante Semenov, visibilmente stanco ma soddisfatto delle vendite del giorno, mise il lucchetto alla sua bottega e congedò con fare brusco e frettoloso Olga e Tatiana.
Come al solito, le due sorelle presero la via di casa.
Ma, una volta attraversata la strada e guardatesi attorno per assicurarsi che nessuna guardia facesse caso a loro, deviarono il percorso e si diressero verso la residenza Konstantinovic.
Intanto, nel salotto verde al primo piano del Palazzo, la Granduchessa e la Contessa commentavano sottovoce gli ultimi avvenimenti, ingannando l’attesa.
Appena giunta, Tatiana fu introdotta dalla cameriera come era ormai d’abitudine. Infatti non era la prima volta che Elisabetta ricorreva a quei servigi proibiti e severamente puniti in tutto il territorio dell’Impero.
La giovane accennò un goffo inchino e indietreggiò quanto bastava per raggiungere lo sgabello a lei destinato e opportunamente posizionato lontano dalle poltrone dorate.
Dopo essersi assicurata che nessun servitore potesse origliare, la Contessa Lamsdorf chiuse la doppia porta.
Ora, nel silenzio ovattato della stanza, interrotto solo dal crepitio del legno nel camino, Tatiana estrasse da una tasca nascosta tra le pieghe della gonna un mazzo di carte consunte: i tarocchi russi.
“Tatiana,” esordì la Granduchessa, “prima di usare le carte, dimmi quali notizie circolano.”
Grazie al suo lavoro, la ragazza intercettava informazioni delicate, tanto preziose quanto l’oro, ben consapevole che veicolare quei sussurri significava mettere a repentaglio non solo la propria vita, ma anche quella di tutti i suoi familiari.
“Vostra Altezza, si parla di un malcontento che divora gli animi di contadini e operai. Si stanno organizzando per portare fiamme e barricate fin sotto i palazzi.”
A quelle parole la padrona di casa strinse il bracciolo della poltrona senza però mutare espressione, mentre la Contessa parve smettere di respirare.
Un silenzio opaco calò nell’ambiente.
“Tatiana,” riprese Elisabetta indicando il mazzo con l'indice, “taglia le carte. Dimmi se questo fuoco raggiungerà San Pietroburgo prima che la neve si sciolga.”
La giovane eseguì con apprensione e dita tremanti. La studiata lentezza divenne necessaria per poter tradurre al meglio, in parole, le figure sulle carte.
“Vostra Altezza, i tempi stanno maturando in fretta. Se non ci sarà un cambio di rotta, le barricate arriveranno. Vedo che altra neve dovrà cadere prima che ciò accada, ma quando giungeranno i giorni della sofferenza dovrete essere forte perché la vostra famiglia ne sarà travolta.”
Per la seconda volta l’atmosfera del salotto perse vitalità e tutto apparve più sbiadito.
Preso atto del responso infausto, la Contessa, con un cenno della testa, si apprestò a congedare Tatiana, che uscì con la stessa incerta riverenza con cui era entrata e raggiunse Olga che per tutto il tempo l’aveva attesa fuori dalla cancellata.
Elisabetta Mavrikievna, sotto lo sguardo impotente della sua dama di compagnia, si abbandonò allo schienale della poltrona.
Fissando la fiamma nel camino e pensando alla folata gelida che già da tempo si era intrufolata tra le colonne del Gostiny Dvor, sapeva che la profezia si sarebbe avverata.
L’Impero era in pericolo.
Cosa avrebbe potuto fare lei per deviare la corsa del vento?
La sua mente andò alla sua famiglia, a suo marito, ai suoi amati figli.
Le mani tremanti le coprirono gli occhi grigio-azzurri.
Ne era convinta: avrebbero assistito, inermi, al compimento di un destino tragico che nessuna forza al mondo avrebbe più potuto arrestare.
Le marché, témoin muet et impuissant du destin d’une dynastie et d’un peuple millénaire